martedì, 24 gennaio 2012

Pre-carie

Mi presento, generalmente.
Sono una non-laureata di 24 anni alla ricerca di un lavoro part-time.
Il mio continuo assecondare l'intrinseco disturbo ossessivo-compulsivo che mi scandisce azioni e ritmi quotidiani, per non incorrere a piccole crisi di panico o per non inciampare su ansie esistenziali giornaliere, mi ha fatto e fa ancora 'perdere tempo' (come se il tempo fosse qualcosa di materiale e colmabile, moneta sonante). Non approfondiamo le storie dietro ogni singola persona,siamo solo 'studenti', solo 'giovani o vecchi','furbi o deboli' ,siamo contenitori di caratteristiche etichettati da scadenza e qualifica. Non c'è frustrazione in un barattolo di yogurt a scadenza breve, non c'è ansia da prestazione in un' automobile passibile di revisione. Trattiamoci così! Continuiamo a frequentare le burocrazie e a scendere a patti con le aspettativ e sociali. Mosche nella ragnatela delle tappe scandite: battesimo, cresima, diploma, laurea, lavoro, matrimonio, figli e pensione. La vita è ciò che accade tra una convenzione e l'altra. E tra un rituale e l'altro non resta nemmeno un attimo per poter essere selvaggi: solo qualcuno ci riesce, gli omicidi. Scarto debole di una catena umana di montaggio. Argh.

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sabato, 21 gennaio 2012

Diopendenza.

Niente di peggio della dipendenza.

Un cordone ombelicale, una sigaretta, un'ambizione e la stretta collaborazione umano-commerciale che ci ha portati alla globalizzazione.Baudelaire scrisse: 

 Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve 

      Sull'anima gemente in preda a lunghi affanni, 

      E in un unico cerchio stringendo l'orizzonte 

      Riversa un giorno nero più triste dell notti;   

  Quando la terra cambia in un'umida cella, 

      Entro cui la Speranza va, come un pipistrello, 

      Sbattendo la sua timida ala contro i muri 

      E picchiando la testa sul fradicio soffitto; 

 

      Quando la pioggia stende le sue immense strisce 

  Imitando le sbarre di una vasta prigione, 

      E, muto e ripugnante, un popolo di ragni 

      Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli; 

 

      Delle campane a un tratto esplodono con furia 

      Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso, 

Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria 

      Che si mettano a gemere in maniera ostinata. 

 

      E lunghi funerali, senza tamburi o musica, 

      Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza, 

      Vinta, piange, e l'Angoscia, dispotica ed atroce, 

      Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera..

 

Altro che viaggi ed altro che mobilità! Scambierei mille sogni per non vivere l'angoscia di una responsabilità inumana, per non lasciare che tele di falsi obiettivi mi intrecci il ragno del sacrificio!Oh povero cervello e misero cuore, spinti a lottarsi non dalla natura ma dalla sviata razionalità, vantata a ragione, dell'umano.Non c'è essere più pazzo in questa galassia, ne sono quasi certa. 

Terra inesplorata.

Tempo tiranno e giovinezza illusoria, punizione nei ricordi del vecchio.

E si pensa al lavoro!Si passano gli attimi a pensare il futuro, che non c'è e non ci sarà mai. Il passato è cane fantasma, che cerca la coda e nel frattempo sbava.Chissà se l'uomo sogna ancora il giorno della sua liberazione, se ha deposto la scusa della resurrezione, se ha compreso che le seconde possibilità sono pasto per i porci. Fardelli di aspettative alle spalle e chilometri di versi sprecati mi pesano sulle spalle e sull'anima. Come è difficile spezzare questo filo, come è infinita la corsa all'oro. Vorrei che i miei valori e le mie monete non fossero convenzionali, vorrei che nessuno mi avesse imposto e calibrato il dazio per entrare a far parte di questo circo sociale che è il mondo. Ma d'altronde nessuno dà nulla per nulla e se sono venuta alla vita senza averlo chiesto, una risposta che non ho mai voluto potete tenerla per voi. Gli uomini sono isole , il mondo una burrasca.  Rò

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lunedì, 27 giugno 2011

Senescenza.

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Non avere paura del mio volto scarnito.

O delle mie mani ruvide e tozze.

E di quei pochi stracci che coprono il mio corpo,che servono soltanto a darmi un pò di dignità.

Lasciati avvicinare.

Fatti mostrare il mio animo,cosa che tu non vedi.

Il mio lamento,cosa che tu non senti.

O il mio sorriso,ormai cosa rara sul mio volto.

Cosa potresti fare? 

Comprendermi.

 

LO CICERO ANGELO

lunedì, 30 maggio 2011

Il più bel regalo,da un'amica.

Un pezzo di me

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

 Sua madre, l’aveva pregata più volte di buttare via quelle scarpe, anfibi neri ormai consumati, sfruttati fino all’ultimo passo, compagni di lunghe camminate, complici delle piccole avventure di ogni giorno. Lei sorrideva delle sue scarpe “che mangiavano”, aperte sul davanti, sorridenti e beffarde con quei piccoli sorrisi senza denti. Nemmeno nei giorni d’inverno, quando la strada per la scuola si trasformava in un piccolo fiume in fuga per le viuzze, si lamentava delle sue scarpe. Ma cosa importava a Rosa? Erano le sue scarpe adorate, parte di lei, come un braccio, una gamba, un piede. Dopo numerose “operazioni chirurgiche”, testimoniate da diversi strati di colla, arrivò l’ora di abbandonare anche loro. Le nuove scarpe, che per suo padre erano identiche alle vecchie, sostituirono quei vecchi “amici”, come sempre accade con le cose vecchie che non vanno più bene.

Se avesse utilizzato quelle scarpe solo pochi anni fa non le avrebbe di certo ridotte in quello stato, non avrebbero portato il peso di molti passi, si sarebbero consumate lentamente senza lasciare troppe impronte. I tempi in cui usciva solo per andare a comprare un giornale una volta tanto, erano ormai lontani. All’insoddisfazione personale di non poter certo fare vanto di una vita sociale intensa si aggiungevano le prediche della sua professoressa di scienze, che per volere del fato dispettoso Rosa incontrava non appena metteva piede fuori di casa.

- Non trovate mai il tempo per studiare, ma il tempo per uscire lo avete sempre…- e volgendosi verso di lei con un sorriso aggiungeva cinicamente – vero, Rosa? -. Cosa rispondere a simili insinuazioni? Mentre le compagne ridevano, lei scuoteva piano la testa riluttante. In quel momento non poteva immaginare neanche lontanamente quanto il tempo avrebbe dato ragione alla sua professoressa.

La gente giusta, ecco ciò che cercava adesso quando chiudeva il portone dietro di sé, e da un po’ non era più difficile come una volta trovare degli amici con cui passare quelle serate in cui sei scazzata per i tuoi motivi, in cui preferisci una birra ai libri e una risata in compagnia è il meglio che potresti desiderare.

Il lento struscio di quei pantaloni troppo lunghi contro il marciapiede, ne logorava la parte posteriore e i fili grigi spolveravano l’asfalto. L’ombelico si intravedeva tra le righe bianche e blu della maglietta, in uno sfacciato contrasto con il colore dei pantaloni.

Per “Miss non tono su tono” un altro pomeriggio era passato, prima di entrare al “La fontana” li aveva sentiti gridare e ridere come sempre. Cos’è l’allegria se non quel vuoto di pensieri in cui si precipita liberi dai pesi, senza zavorre? Sorrise ed entrò. Salutò il suo amico pizzaiolo dietro il bancone e zigzagando tra i tavoli raggiunse gli altri.

Un coro di voci la accolse e qualcuno le tirò quel buffo berretto colorato che la faceva sembrare un piccolo folletto delle fiabe. Quando sentì le prime note provenire dalle casse dello stereo, li riconobbe subito.

***

Erano ormai passati più di tre anni dalla data in alto sulla pagina del diario in cui Stefania le aveva consigliato di ascoltare i Muse.

Quanto aveva gridato quel giorno? Continuava a ripetere le parole che lui pronunciava al suo microfono, come se il resto della gente non fosse stato lì con lei, dimentica di tutti piangeva perché sentiva dal vivo quella voce che troppe volte l’aveva consolata nei momenti di tristezza, quando la rabbia ti sembra la sola via d’uscita, la musica ti apre la porta. Quando il cantante, “il suo Matt” parlava,  c’erano solo loro, come tante volte aveva fantasticato dalla semioscurità del suo soggiorno. Si può amare una persona che in realtà non si conosce? Lei non aveva mai saputo dare una risposta a questa domanda, ma rispondeva facendo “spallucce” davanti a chi, rimaneva stupito dalle manifestazioni anche più piccole del suo amore per i Muse, e per Matt, ovviamente. Quei passetti di danza accennati mentre camminava con le cuffie nelle orecchie, quelle improvvisazioni dal vivo  in cui la voce partiva dal cuore per irrompere nei silenzi di una discussione o semplicemente per interromperne una, lasciavano talvolta perplesso chi non la capiva e forse non l’avrebbe mai capita.

Il giorno che seppe del loro concerto prese il telefono e con le mani tremanti compose il numero di suo padre, il quale sentendo la sua voce ebbe paura. Piangeva. Lui non capiva cosa stesse dicendo. Cercava di calmarla.

- Papà, i Muse suonano a Catania, posso andarci?- disse con il naso pieno di lacrime.

Pover’uomo, gli era quasi venuto un colpo! Come poteva dirle di no?

Mentre sentiva le loro note ripensava al concerto, lei era stata lì a pochi metri da loro e ancora non se ne rendeva conto. Al concerto le lacrime non finirono e i volti stupiti della gente contemplavano quel piccolo folletto che rideva mentre piangeva e quanti avrebbero desiderato provare ciò che provava lei. Rosa restava stupita dal suono stesso della sua voce, usciva fuori come quando in un sogno provi a gridare per lungo tempo e ci riesci solo dopo, quando la speranza di udire quel grido è già svanita. Tutto la stupiva, non ci credeva.

Nella speranza di risentire quei bassi palpitare a tempo con il suo cuore, battere sotto i piedi, così vicini da farle sentire la musica attraverso ogni angolo del suo cervello, inebriandola come solo in un concerto può succedere, sostava con gli amici al “La fontana”.

- Per i posti in macchina non ci sono problemi, ci stringiamo un po’.- disse con un tono allusivo Andrea. Tutti risero, ripensando a tutte le volte in cui erano saliti in dieci in una macchina piccolissima, non era comodo, ma era divertente!

- A che ora ci vediamo domani mattina? - chiese Rosa, immaginando già il successivo discorso. Infatti, dopo varie contrattazioni tra gli amanti del sonno e la coraggiosa avanzata dei mattutini, l’orario fu fissato.

Tra sbadigli e facce ancora segnate dalle pieghe dei cuscini, si strinsero alla meglio nelle auto e presto arrivò anche l’entusiasmo di sempre, quello che non manca mai alle scampagnate estive.

La campagna non era lontana, ma il sole delle dieci picchiava forte sulla lamiera dell’auto che si trasformò in una sorta di grande forno a microonde, i cui finestrini aperti beffavano ancor di più quei passeggeri accaldati e agitati.

La casa in campagna di Carlo non distava molto, all’arrivo quando le portiere delle auto furono aperte, tutti traboccarono dai sedili. C’era chi si stiracchiava mentre qualche sbadiglio ogni tanto lo coglieva di soppiatto, chi invece faceva già la fila per salire sull’altalena.

Avevano tutta una giornata davanti. Quando una giornata inizia non si sa cosa può portare, è come un foglio bianco che a sera potrà essere uno splendido dipinto pieno di colori o uno scarabocchio grigio e nervoso. I presupposti per rendere quella pagina un bel ricordo c’erano tutti, ma nessuno di loro sapeva cosa avrebbe dipinto quel giorno. Lei non sapeva che colori avrebbe usato, se avrebbe disegnato simpatici schizzi vivaci o sinuose curve incerte.

I gavettoni non possono mancare alle scampagnate e a mezzogiorno quasi tutti sentivano i vestiti umidi attaccati al loro corpo come una seconda pelle, un po’ fastidiosa, ma che era un invito a meditare vendetta contro chi armato di secchio e acqua aveva attentato alla tranquillità di una sdraio stesa al sole.

Quando c’era da divertirsi lei non sapeva proprio resistere. Tra grida e corse per schivare l’acqua continuava a ridere, ignara di ciò che la sua matita le avrebbe riserbato per quel giorno. Salì sulla dondola, mitica e temibile, entrata nella memoria di tutti come una delle peggiori prove di coraggio da superare, perchè quando Carlo ti spingeva ci andava giù pesante. Vedere il cielo sopra di te in posizione distesa è bello solo se ti trovi sulla terra ferma, non certo su una dondola, dove il momento dopo ti ritrovi a faccia in giù a guardare il mondo sottosopra. C’era chi si rifiutava di salire, ma Rosa non era una di loro e, anche se a volte sentiva quella sensazione che sale su dal petto e blocca il respiro, si divertiva un sacco. Non poche volte era caduta, ma lei se cadeva si rialzava facendo una risata. Rosa poteva essere considerata una piccola campionessa di “caduta libera”. Cadeva nei posti più improbabili, laddove nessun ostacolo era posto a intralciare i suoi piedi.

Nell’ora del professore Muoio,che nonostante il macabro cognome era infondo una persona divertente, durante l’ultimo anno delle medie sentì più volte pronunciate in un vago accento calabrese queste parole: - Rosa, ma che fai, cadi? -.

Valeria la iniziò all’arte del cadere, con spinte impercettibili, ma così precise da far impazzire Rosa, quando il prof. Muoio, figura alquanto grottesca e curiosa, rideva di lei, credendo perdesse l’equilibrio da sola.

- Basta, basta… fatemi scendere- disse con un filo di voce Rosa atterrendo a terra con un balzo, che poteva anche trasformarsi in una caduta, se Valeria questa volta non l’avesse presa al volo. Arriva sempre il momento in cui bisogna farsi perdonare. Infondo era la sua migliore amica da sempre, la sua preferita.

Rosa entrò in casa, gli occhi, pieni di sole, fecero un po’ fatica ad abituarsi all’oscurità che regnava tra quelle pareti. Sentì dei passi in camera da letto, era lui.

- Cosa fai qui tutto solo? Ti disturbo? - chiese Rosa sorridendogli- Se vuoi vado via… -. Lui la fissò un attimo, poi si sedette sul letto: - No, resta pure. -

Rosa si sedette vicino a lui, i suoi capelli blu erano bagnati e la luce che entrava dalla finestra colpiva lateralmente il suo viso appena abbronzato. Parlarono del più e del meno, lui con la sua aria un po’ seria e pensierosa a volte, con le sue poche parole e i suoi sguardi profondi e quella tenerezza nascosta, che lei tante volte aveva intuito.

Quel bacio arrivò come un fulmine a ciel sereno, una pennellata di un rosso vivo su quel foglio intaccato solo dai segni di uno schizzo.

Le batteva forte il cuore, dimentica di tutto il resto non sentì più le grida degli altri, brividi nel silenzio, una delle emozioni più forti che si possano provare. Quella dovuta a un “atteso imprevisto”, che quando arriva spazza via la noia, la rabbia e ti rimette in moto.

Quando lei uscì da quella stanza, inevitabilmente ebbe per un bel po’ quel sorriso stampato sulle labbra. No, non era il sole a rendere ancora più grandi i suoi occhi. Non lo sapeva nessuno cos’era, forse Valeria aveva intuito qualcosa.

- Poi ti racconto - le strinse la mano emozionata e insieme si avviarono verso gli altri. “Porcellino” si divertiva a cantare a squarciagola delle canzonette napoletane, ignaro del suo pseudonimo e di chi alle sue spalle rideva divertito. Valeria presto andò via, Rosa rimase ancora un po’, giusto il tempo di rendersi conto che nonostante le orribili canzoni cantate da “Porcellino” era stata una bellissima giornata.

L’inchiostro scorreva veloce sulle righe del suo quaderno, accanto alle frasi più belle lette e rilette sui libri presi in prestito dalle amiche, fotocopiati, sottolineati con i colori più vivaci fonte di ispirazione e luogo di rassegnazione, talvolta.

La dolcezza di una sensazione trova il suo posto sulla carta, lì rimane, per ricordarti un giorno chi sei stato, per ridarti dopo, un pezzo di te.

Col diario tra le mani, osservava scorrere veloce la strada sotto di lei, il guardrail si confondeva con il verde dei cespugli e il mare faceva da sfondo a quella timida fine d’estate.

Sfogliando le pagine distrattamente rivide le facce dei suoi amici alla sua festa a sorpresa per i suoi 18 anni, le torte in faccia, le sbronze, quei discorsi allegri e sconnessi, modo unico per augurarle “Buon compleanno”.

Le cuffie mormoravano piano alle sue orecchie, sentiva il rumore delle pagine quando sfogliava il quaderno. Un foglio più pesante degli altri, il biglietto del concerto attaccato lì, come una piccola reliquia. Voltò pagina. Ai margini, sopra e sotto le sue giornate i versi di tante canzoni. I giorni pieni di lui, l’amore inquieto nato da quel bacio, i colori .

E dopo? Le cose cambiano, sfuggono, tornano, ma ci trovano già cambiati, diversi da com’eravamo.

La storia con l’altra, non si perdona una cosa simile, neanche se era stata “sua” prima di lei. E poi la musica che l’ha salvata, perché la musica ti salva sempre.

Un gruppo di motociclisti sorpassò la sua auto e un improvvisa voglia di libertà si impose dentro di lei. Il rombo si fece sempre più vicino, quando la moto nera si avvicinò al finestrino e il motociclista le mandò un bacio, sorrise e guardò i suoi, le sarebbe toccato andare con loro per quel giorno. Niente motociclisti, dunque, ma infondo vedendo i genitori parlottare fitti tra qualche sorriso  pensò: - Non sono poi così male loro due.-

Rimise il diario in borsa e alzò il volume del suo lettore mp3, tra poco sarebbero arrivati al mare.

***

Non ci si crede in estate quanto freddo si possa sentire durante il periodo invernale, specialmente quando a scuola i riscaldamenti non funzionano bene e la professoressa di latino, da brava “abitudinaria”, ogni volta che entra spalanca le finestre. Seduta davanti a quella finestra con le maniche del suo giubottone nero e lungo attorcigliate intorno alla vita stava seduta lì, aspettando il sabato per riposarsi, Natale per la sua magia, Carnevale per truccarsi da strega, e le vacanze per salutare una volta per tutte quella scuola. Confusione. Tutto cambia. Quel bacio, le labbra che si scioglievano dal ghiaccio solo al contatto con le sue, quella festicciola tra amici, il freddo di quella casa in campagna, le parole, la musica. I ricordi, ciò che voleva dimenticare. Le burrasche in piena estate, i pianti, la rabbia per chi ti sfugge senza un perché, lo desideri, è tuo e poi la fine senza un motivo, anche con lui. Ci si fa male anche restando amici e le promesse non mantenute e gli appuntamenti mancati con chi aspetta sotto il freddo… Le cose non andavano bene, difficile esprimersi quando non ci si sente ascoltati, si finisce così distesi sul balcone di casa tua al secondo piano,  sbronzi per il rigetto di ciò che ti sta intorno e per la voglia di toccare quel cielo stellato sopra di te. Allungava le sue braccia e rideva, quando vide i suoi amici in strada: - Ragazzi aspettatemi scendo subito, arrivo…arrivo subito, aspettatemi, non ve ne andate -. Quando il sacco dell’immondizia arrivò a terra, forse si rese conto dell’altezza. Chissà se in quel momento si rese conto anche di ciò che le era successo, di quanto era cambiata, dei libri di scuola impolverati su uno scaffale.

Le emozioni forti, tendeva le braccia verso loro, distesa su quel freddo muro di cemento. Sospesa come solo certi angeli sanno fare. Il buio intorno e dentro il tumulto, i tocchi delicati su una tastiera, il tamburo di una batteria, il suono delle corde di un basso.

- Chissà come sarebbe suonare il basso in una band? Sarebbe come questo cielo pieno di stelle. Migliaia di mani alzate che battono a tempo. Tum, tum, tum. Pizzicare dolcemente le corde del mio basso, che, certo… sarebbe bellissimo, sarebbe il mio specchio. Suonerei in una band. Non in una soltanto, in due, in tre…o anche di più, senza legami, senza catene. Ma io non so suonare! Ma imparerò, sì, imparerò… poi. Adesso no, però. Suonerei su quei grandi palchi pieni di strumenti il cui disegno è dato dai fili della corrente che arrivano alle chitarre, al mio basso. E’ tutto elettricità. -

 Mai smettere di sentirla dentro. Tremare, per ciò che si lascia e per ciò che si trova.

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CARMELA GRECO

(per me :) )

mercoledì, 13 aprile 2011

Campa cavallo,ch'el sognator muore!

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Alla ricerca di corpi da compagnia: ecco a cosa mirava il Tale.
Non potè avere le carni subitana(Dante docet),non ne ricercò più l'anima.
Non esistono più Don Chisciotte!
Ed i mulini a vento cambiano quando cambia il vento,
e Dulcinea cambiò almeno dieci volte nome.
Ricercatori di lodi,riluttanti alla preghiera,alla costanza e alla devozione:
sorelle del dettaglio e amiche della gentilezza.
Non uccidete il Folle a cavallo.

 

venerdì, 04 febbraio 2011

Abulia.

Infrangibile. Non riesco a rompermi,a cedermi in mille e più pezzi.

Addosso un velo di fumo e attorno un'aura salina.

Come avessi un impermeabile,la mia pelle animata non reagisce all'acqua piovana,alle tue lacrime Silvane Silenziose e Suicide.

Cadessero lame dal cielo e mi squarciassero questa indifferenza.

Che il sangue e gli odori mi possano servire Selvaggia e Animosa.

Liberate quella creatura dalla gabbia,liberate il mio Amante!

Scannategli le paure,i vizi e leccatene via l'ingordigia e l'amare ambizioni.

Fate di lui un pasto,dissanguatelo e rendetelo vivo.

Solo allora,vedendolo rosso e afferrato,potrò dirmi scalfita.

E da quella ferita in roccia nascerà il più bel portatore di petali al mondo.

Una Rosa,la mia Rosa. Sulla lapide di questa tua inedia.

 

Rò.

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“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle ... ”

Divina Commedia D. Alighieri

 

lunedì, 31 gennaio 2011

Lavorare con Intelligenza Carnale.

2623672261_8331faa7ee.jpgIl lavoro,al giorno d'oggi,è solamente una forma di sostentamento.Ma,in passato,fu più una personale maniera d'esprimersi attraverso le proprie mani o la propria ingegnosità.Inoltre,è stato per lungo tempo una certezza o continuità:quasi un bene ereditario;dalle mani del padre a quelle del figlio. Oggi,invece,il lavoro sicuro è una chimerica ambizione.

Per tutti questi motivi,e per la sopravvivenza stessa,il legame d'amore e dedizione tra lavoratore e lavoro si sta sempre più spezzando,a favore di un impiego qualunque atto a procurarci denaro.Ma se si vuol fare bene e vivere più che dignitosamente,è necessario un tempo lavorativo scandito da qualità e cura;bisogna che la professione diventi uno strumento capace di inserirsi delicatamente nella quotidianità(non occupando più del tempo dovuto)e che si faccia specchio lindo in cui il lavoratore ha piacere di guardarsi.

Ogni lavoro dovrebbe primariamente migliorarci la vita e,al contrario di quanto accade attualmente(se non ad eccezione di pochi privilegiati),farci esperire la pazienza,la cura dei dettagli,l'operosità,il raggiungimento giornaliero di un obiettivo,il senso di appartenenza e di 'utilità' nei confronti della società-mondo,e così via.Insomma,un dovere delizioso e didattico,poiché chi ben lavora,molto impara.

Puntualmente,però,si insinuano i nuovi 'principi di produzione':non più espressione del sé,il dis-velarsi delle proprie doti,ma il lavoro come 'unica scappatoia',in quanto obbligo e quasi sostituzione della quotidianità,della reale vita.

Nell'ambiente odierno,si preferisce(più per necessità che per scelta)il venir meno del tempo libero a favore del maggior guadagno:passaggio dal tempo libero al tempo occupato(dal lavoro, ça va sans dire).Il tutto a scapito della qualità della vita,della pazienza umana e,ancor più volte,del nostro buon umore.

Non ci si sente più lavoratori soddisfatti,compiaciuti,bensì servi per il denaro.Si accetta,sempre più spesso,un qualsiasi lavoro pur di averne uno,per non restare senza.Ma,solitamente,come va a finire un matrimonio con una donna qualunque,che non si ama ma si sposa 'solo per avere qualcuno da amare' ,o per paura di restare soli ? L'indegna conclusione è quasi sempre il divorzio,la rottura del legame(un rapporto iniziato per motivi certamente errati o,comunque,non saldi).Nello sposalizio col lavoro,la conclusione è l'alienamento da quest'ultimo(e non ultimo da se stessi).Tutto è sempre più automatico e meno umano(quasi letteralmente,dato l'incremento delle tecnologie 'autonome',macchinari dotati di Intelligenza Artificiale);l'uomo-lavoratore percepisce,con frustrazione,il suo essere sostituibile,non unico o indispensabile.

A parer mio,la soluzione sta nell'equilibrio:giuste dosi di tempo lavorativo e tempo libero.A parer di un grande poeta,Hölderlin:'I mortali vivono di guadagno e lavoro:alternando la fatica al riposo,tutto è lieto'.